domenica, 25 maggio 2008
-
Com'è labile, e come è strana, la memoria. E quanto è falsa la lontanza di persone che si vogliono bene, o credono di volersene. Mi chiedo come mai negli ultmi giorni mi è sembrato di stare facendo un consuntivo della mia vita, e se un tempo ricordavo esattamente ogni azione, ogni reazione e la causa di ognuna di esse, e la comprendevo, vedendola per lo meno in prospettiva storica, oggi mi sembra di non capire più la me di un tempo.
Ascoltando canzoni mi vengono in mente i motivi per cui le ascoltavo quando l'ho fatto per la prima volta, e per la prima volta mi chiedo se fosi veramente io, allora. Certo l'ipotesi di passare finalmente del tempo senza provare alcun rimpianto e senza fare inopportune fughe nel passato è allettante, ma in certi momenti finisco per avere la sensazione di rimpiangere i miei rimpianti, il che sarebbe invece francamente patologico.
Rileggo i post nei quali dichiaravo eterno amore al Sergente Garcia, e mi chiedo dove avessi la testa. E mi chiedo se l'amore si possa stabilire solo a posteriori.
Provo nostalgia di persone che ho conosciuto pocchissimo e molto tempo fa. Finisco per chiedermi se i miei tentativi di ristabilire contatti siano inopportuni, intempestivi. Quello che mi ha portato a chiamare Andrea è stato un impulso, un desiderio fortissimo, quasi un gancio al petto di altri tempi. E finisco per ricordare che tre anni fa gli volevo sinceramente bene, per la percezione di una sorta di identità che possibilmente non è mai esistita. Ma era effettivamente così?
E di tutte le altre cose che ricordo, quali sono avvenute nel modo in cui io le ricordo?

E' il Vespero-pensiero delle 00:30,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (4)il lupo
In-segnare significa segnare dentro. Di-segnare significa fare segni a proposito di qualcosa.
No, fermi tutti. Ma i segni sono già a proposito di qualcosa! E invece no.
Perchè chi ha inventato quella parola ha perfettamente capito che i segni sono qualcosa in se stessa oltre che il significante per qualcosa d'altro. Abbiamo tutti dimenticato che i segni, gli sbreghi sulla carta, sulla carne o sui cartelli stradali, sono prima di tutto sbreghi, grafismi se preferite, poi diventano di-segni, ovvero sbreghi che rimandano a qualcosa d'altro, e poi diventano il quacosa d'altro.
Daccapo. In-segnare significa fare dei grafismi dentro, tendenzialmente dentro alle persone. Se poi questi segni significano (ma non è ovvio che il segno significhi?) qualcosa sono anche di-segni. G ed N, insieme, ma ci torno fra un attimo.
Sto leggendo un libro di Pennac, e lo vedo da quello che di-segno qui adesso, e dal modo in cui lo faccio. Quest'uomo sa in-segnare. E a me viene da piangere, perchè se quello che scrive è vero, se lo ha fatto e vissuto davvero, questo è il momento di emigrare per la Francia e fare un figlio, nella speranza che abbia il tempo di giovare della frequentazione con una persona del genere.
Per chi non lo sapesse, Pennac insegna francese in Francia. E pare che lo in-segni davvero, che riesca a ficcare dentro la carne dei suoi allievi il segno della lignua che parlano, con le sue musicalità più o meno nascoste. Pare persino (professori, guardate e stupite) che riesca a ficcare dentro a questi ragazzi il segno che la lingua lascia sul ragionamento, e viceversa.
Il complemento di termine è il complemento dell'amore. A chi ho dato il mio cuore? A te, a te e a nessun altro. Gli aggettivi possessivi sono della gelosia. Di chi sei tu? Mio, mio e di nessun altro.
Il tragitto del mio cuore, termina su di te, presso di te, nei tuoi paraggi. Complemento di stato in luogo, come dire che il mio cuore, o qualsiasi altra cosa non hanno la minima intenzione di muoversi dalla posizione privilegiata che sono riusciti a conquistare presso il tuo, di cuore. E come avviene tutto questo? Guinizzelli potrebbe sostenere che avviene attraverso gli occhi, con dardi indolori d'amore che attraversano incruentemente le palpebre, la cornea, il cristallino, il corpo vitreo, la retina. Fino a piantarsi, a terminare nel cervello, e da lì a fluire nel cuore con il sangue venoso, via vena cava superiore.
E la punteggiatura, che è il respiro degli occhi.
Da qualche tempo mi è venuto il desiderio di insegnare la mia materia preferita all'università. Una materia con un nome lunghissimo che non avete sicuramente voglia di sentire. Una materia bellissima, che se conosci bene puoi anche saltare il resto delle altre e cavartela egregiamente. E ora ho capito da dove viene questo desiderio. Viene dallo straripamento dell'amore, come qualsiasi altro atto di donazione. Io vorrei segnare dentro alle persone l'amore che provo, vorrei farlo penetrare dentro di loro. E' lo stesso motivo, e l'unico veramente valido, per cui le persone potrebbero decidere di fare un figlio.
Siamo fontane, come Sephiroth, che quando traboccano devono riversare la loro acqua altrove.
Ci sono frasi che ti in-segnano per la vita. La mia docente di Fisiologia amava dire che "Siamo fatti bene". Questa frase ha guidato il mio studio della materia, e me la ha fatta capire.
G ed N insieme. Come gnosi, come co(g)noscere, perchè il segno è il sintomo del possesso. Segnare, capire, prendere, conoscere, sono tutti atti d'amore.

E' il Vespero-pensiero delle 03:24,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti il falco
Ieri notte, nell'addormentarmi riflettevo. E le mie riflessioni mi hanno portato a una considerazione che, se esistesse una Gilda di poeti e scribacchini, sarebbe segreto iniziatico di questi costruttori di lingua.
Endecasillabo e settenario sono da tutti definiti i versi principi della poesia italiana. E' una cosa che tutti i poeti, i romanzieri, i prosatori a vario titolo, persino i copywriter delle agenzie pubblicitarie sanno.
Anche dopo che qualcuno decise di mutilarli sulla scorta di una frammentazione romantica sono rimasti lì, quasi immutati. Quando una frase vi suona particolarmente bene provate a contarne le sillabe e gli accenti; un buon ottanta per cento delle volte troverete un endecasillabo o un settenario. Ungaretti lo sapeva bene: le sue due poesie brevi, destrutturate, più famose, ovvero Mattina e Soldati, sono composte rispettivamente da un settenario e da due settenari. Con endecasillabi e settenari è possibile costruire una prosa pressocchè perfetta senza che essi si avvertano sotto la superficie delle parole, con settenari ed endecasillabi si possono fare discorsi complessi e completi, senza che si avverta la cesura fra i versi. E questi si chiamano settenari o endecasillabi liberi, ovvero senza rima. Se non metti le parole su righe diverse non te ne accorgi nemmeno.
Il vero mistero è come queste due forme siano rimaste in giro anche in un'epoca bastarda come la nostra. Gli endecasillabi te li fanno studiare a scuola, praticamente dalle medie, e poi se hai fortuna te li scordi, altrimenti non li hai mai capiti; i settenari li conosce (e di sguincio per giunta) solo chi fa il classico, e poi il novanta per cento delle volte se li scorda anche lui. Sono un'informazione non necessaria, non produttiva, che viene ritenuta dalla mente soltanto per caso, o per deliberata volontà, ma quella spesso manca.
E allora com'è possibile che anche negli incolti permanga questo senso musicale della lingua. I Romantici fra voi mi diranno che nella testa degli italiani ne è rimasta una memoria ancestrale. E io a codesti risponderei che sono solo stronzate. Una persona che non ha mai studiato la lingua italiana in un certo modo non ha la possibilità materiale di essere a conoscenza del fatto che il senario è marziale (ma qui ci torno dopo), e che il settenario e l'endecasillabo sono il sottotesto normale e comune, e musicale, e naturale della lingua italiana. Ecco il termine giusto: naturale. Dentro queste due forme la lingua italiana ha la possibilità di distendersi naturalmente, senza compressioni, ecco perchè funzionano così bene.
A questo punto i cinici fra voi mi diranno che probabilmente questi due versi sono nati perchè erano particolarmente facili, naturali, da adattare alla lingua italiana. E a voi invece sbraiterei che qualunque letterato da strapazzo sa benissimo che l'endecasillabo è nato per trasportare in Italia il dècasillabe francese, ma siccome loro hanno le tronche e noi le piane ci è toccato aggiungere una sillaba per arrivare allo stesso risultato sonoro. Il settenario invece no, quello è uguale sia in francese che in italiano, solo che i francesi raddoppiano, ne fanno due di fila e diventa un verso alessandrino.
La verità è che è un mistero, ovvero una cosa che non ha bisogno di una spiegazione, di un fine, di un motivo o di un'origine. E' una cosa su cui meditare al fine di raggiungere l'illuminazione. Esso è, esso è, esso è.
E domani vi parlo dei senari. Contate le sillabe di questa frase. E già che ci siete contate anche le sillabe del titolo. E già che ci siete prendete venti proverbi a caso e fate il conto delle sillabe.

E' il Vespero-pensiero delle 11:44,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti trovo doveroso condividere
martedì, 29 aprile 2008
-
Perchè l'eterno è attratto dal caduco, gli Dei dagli esseri umani? La matematica scopre in sè una passione per la biologia, ciò che è immobile necessita della scintilla del movimento come di cibo. A pensarci bene è una questione che provoca le vertigini, pur essendo semplicissima; perchè l'immobile è e sarà sempre, ma non sarà mai, perchè essendo e basta non può manifestarsi. La commistione con il mutamento, con l'impermanente deriva proprio da questa necessità di manifestarsi.
Nella tradizione cabalista in qualche modo Ayin si contrae per lasciare posto all'Essere; ma resta l'interrogativo della provenienza, della sorgente dell'Essere. Nella tradizione vedica Prajàpati invece si smembra e si espande; l'Essere è frutto della sua espansione, della sua diluizione, resta quindi l'interrogativo dello spazio che possa accogliere questa espansione. E' il loro atto di spostarsi che crea la dimensione spaziale, perchè quando Tutto o Niente sono, non c'è Altro da loro, e quindi non c'è e non ci può essere spazio in cui muoversi. In ogni caso è evidente che l'Essere nasca da un atto d'amore.
Ayin si contrae per lasciare lo spazio di esistenza dell'Altro, Prajapati invece si espande dolorosamente per permeare il neo-esistente Essere, perchè un Altro uguale a lui sarebbe lui e un Altro diverso da lui gli sarebbe inferiore, nella misura in cui egli è Tutto.
Kether è l'Esistenza, il solo fatto che Altro (ovvero Qualcosa) possa esistere; Chockmah è l'Essere, l'attuarsi di quella possibilità; Binah, con la sua caducità, è l'Ente; poi si scende, e le cose cominciano a diventare meno vertiginose.
Ma è soltanto amore? No, è necessità. E' la necessità squisistamente duale di specchiarsi, di conoscersi. Perchè nessuno può conoscere se stesso se non ha un Altro con cui confrontarsi, con cui specchiarsi. Ayin sceglie l'Esistenza, che è Altro-da-sè, ma è parte di sè. Prajapàti sceglie l'Esistenza, che è Altro-da-sè, ma da lui stesso è composto. Dio conosce finalmente se stesso, e noi (in quanto Enti) siamo frutto di questa necesità, siamo sia cellule nel Suo corpo, sia lo specchio in cui Egli si conosce.
Quando si è soli in tutto l'Universo, quando si è tutto l'Universo, non si può amare altro che se stessi. Dolorosamente limitandosi, smembrandosi, specchiandosi si può finalmente avere la speranza di amare qualcuno. E l'Amore non è altro che questo tango fra noi e l'Altro, fra la separazione e il desiderio di unione, che non può concretizzarsi, altrimenti cesserebbe l'Amore. I due serpenti, i due draghi non si toccano mai, perchè toccarsi porrebbe probabilmente fine al'esistenza, darebbe una tale accelerazione all'entropia che tutto scomparirebbe nuovamente in Niente. E quindi nell'amore finisce sempre per esserci un terzo (nient'affatto incomodo) ovvero Ayin, il Niente che separa i due amanti.
Nell'Amore c'è sempre un movimento, un dolore, un dispendio di energie; ma è poi dispendio? Forse andrebbe semplicemente chiamato circolazione di energia, ovvero Universo, Esistenza.
Questo è spaventoso e sublime. Questo è sublime e quindi spaventoso, ed è spaventoso nella misura in cui è sublime.

E' il Vespero-pensiero delle 11:24,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti il falco
mercoledì, 23 aprile 2008
-
Da alcuni anni a questa parte le mie notti sono popolate da incubi. Diciamo che questa situazione esiste dal 2004 circa, e per onestà diciamo anche che negli ultimi due anni si è attenuata notevolmente. Ma è anche vero che per circa 4 anni ogni singolo sogno che io ricordassi era un incubo.
E roba mica da scherzo, mi viene da piangere dalla rabbia anche solo a pensarci adesso. Rabbia, parola chiave.
Perchè i miei sono incubi dove qualsiasi cosa io possa fare non cambierà niente, incubi in cui sono ritornata una bambina a cui nessuno dà ascolto, incubi in cui alle volte mia madre e mio padre cercano di uccidermi, o fanno cose profondamente ingiuste senza che io possa convincerli di questo singolo fatto. Non mi ascoltano, ecco tutto.
Uno degli ultimi che io ricordi trattava di mia madre che possedeva degli schiavi, e io cercavo di dirle quanto la schiavitù fosse una cosa sbagliata, ingiusta sotto il profilo umano e professionale, di come violasse i diritti fondamentali dell'uomo, ma niente. Non mi ascoltava nemmeno e tornava alle sue faccende, che in quel preciso istante riguardavano il mettere in ordine la casa per l'arrivo di ospiti importanti, con l'aiuto appunto di uno schiavo di colore.
Un altro, più recente, riguarda l'impossibilità di prendere un aereo, perchè il mio aeroporto che, a furia di amicizie e amori "esteri", conosco a memoria era intricato e diverso da come me lo ricordavo. Mancava il banco del check-in della mia compagnia, e mio padre si indispettiva con me, come se fossi un'incompetente, o come se fosse colpa mia. Alla fine ero costretta a chiedere aiuto a una sua amica, la quale si dimostrava di scarsissimo supporto, ma dovevo ringraziarla ugualmente.
La cosa pazzesca è che questi sogni sono abbastanza realistici, a parte alcuni dettagli come mia nonna ancora viva o il labirintico aeroporto. Mia madre avrebbe degli schiavi se la schiavitù in Italia fosse abbastanza recente, al di là della legalità e delle questioni morali. Mio padre se la prende regolarmente con me se qualcosa che ho scelto io per risparmiare presenta una qualche difficoltà, come se fossi una sorta di artista bohemienne che finge di fare la pezzente pur essendo piena di soldi.
Ricordo la solita discussione in cui mia madre perorava la pena di morte; non le ho parlato di quanto possa essere immorale un omicidio autorizzato dalla Stato, non le ho parlato nemmeno della fisiologica incertezza che, anche nel migliore dei sistemi giudiziari possibili, accompagna ogni processo; no, le ho soltanto ricordato che la pena di morte viola la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui l'Italia è firmataria. E questo, al mio paese, significa violare un patto. E' solo stata zitta con la faccia di chi sta avendo a che fare con un bambino petulante.
E mio padre che è senza un soldo e vorrebbe fare comunque lo splendido, ne vogliamo parlare? Per cui è assolutamente logico che se io scelgo una compagnia aerea low cost, lui vorrebbe che volassi con Alitalia o che so io. Una volta ho dovuto fargli una piazzata in un negozio chic del centro perchè comprarmi un paio di scarpe a 200 euro era immorale, anche se lui quei soldi li aveva ed era disposto a spenderli.
Ma il peggio dei miei incubi non è nemmeno questo, non è che riguardano i miei genitori, o che sono realistici. No. E' che sono talmente realistici che l'indomani non posso parlare o stare con il genitore in questione senza avere voglia di vomitargli addosso tutta la rabbia e l'odio che quei sogni mi provocano, devo fare uno sforzo titanico per ricordarmi che era solo un sogno, perchè sono così plausibili che sono cose che potrebbero accadere da un momento all'altro; sono cose che, spogliate dalla loro forma e mantenute nella sostanza, accadono continuamente.
Una volta, tanto tempo fa, ho sognato che mia madre cercava di ammazzarmi con un coltello. Il mio ragazzo di allora riusciva a strapparle via il coltello e lei prendeva una pistola. Lui anche questa volta riusciva a strapparle la pistola e lei prendeva un fucile. A quel punto mi sono svegliata, ma dopo almeno dieci anni non riesco ancora a dimenticarlo.

E' il Vespero-pensiero delle 10:06,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (2)il lupo
venerdì, 18 aprile 2008
-
Coccole e caffè, binomio perfetto. Perchè la mattina quando mi sveglio io sono esattamente come una gatta, e ne ho le prove, visto che io e la mia gatta ci comportiamo esattamente alla stessa maniera. La stessa ricerca di un corpo morbido e amato su cui strusciarci facendo le fusa, lo stesso miagolio disperato se veniamo ignorate o se non c'è nessuno.
E' veramente incredibile la capacità che ha questo esserino piccolo, morbido e pazzo di riconoscere il mutamento del mio respiro fra il sonno e la veglia; prima ancora che io mi renda conto di essere sveglia ecco lei che miagola perchè vuole la mamma. E se per caso la porta della stanza è aperta eccola che viene a strusciarsi e qualche volta a leccarmi il mento, dandomi testatine per entrare nel circolo delle mie braccia o alla peggio sotto la coperta.
Lo giuro, non avevo alcuna idea che un gatto fosse capace di questo incondizionato amore. Quando io e CL l'abbiamo presa lo abbiamo fatto perchè fra di noi c'era abbastanza amore da poterlo fornire anche a una terza creatura. Il problema è che la suddetta creatura invece di assorbirlo e pascersene, come ci si aspetta che faccia un gatto, ne restituisce tre volte tanto. Ecco quindi come siamo di nuovo sommersi da questa specie di melassa amorosa.
Ieri sera, svegliatasi da un po' di sonnellino su una poltrona mi ha scoperta che leggevo e avreste dovuto vederla mentre cercava di infilarsi sotto al brutto libro che distoglie la mamma dalle coccole, mentre ne mordicchiava gli angoli e si abbatteva sulla mia pancia per lasciarmi addosso il suo odore affinchè gli altri gatti o cani, o piante, per quello che la riguarda, sapessero che io sono la sua mamma, e di nessun altro.
E quando dorme sulle mie gambe è uno spettacolo che mi lascia rapita in contemplazione: perchè si acciambella, si accartoccia, si volta e si rivolta, con la faccia di una che ora può morire felice.
In questo momento è fuori che gioca in giardino, che ne esplora la primavera, e di tanto in tanto rientrerà miagolando per accertarsi del fatto che io non l'abbia abbandonata, e io le dovrò dire "Sono qui, non me ne sono mai andata, ti penso sempre". Solo a quel punto potrà uscire di nuovo, rasserenata. E poi mi viene a raccontare le cose del suo mondo, convinta che io sia onnipotente. Ieri ad esempio era offesissima perchè c'erano gli innaffiatori aperti e veniva da me a chiedermene conto con aria indignata. Mamma, fai smettere questa strana pioggia localizzata ed estremamente fastidiosa.
Non oso pensare a quello che potrebbe succedere se un giorno io decidessi di fare un figlio di specie umana.

E' il Vespero-pensiero delle 11:01,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti la gatta
mercoledì, 16 aprile 2008
-
Ancora con la vista annebbiata e con le ordinarie difese in via di attivazione ti accontento. Perchè so che tu lo vuoi, perchè la perentorietà e l'ultimatum nella tua richiesta mi finiscono per spaventare. E' difficile, ecco perchè devo farlo a quest'ora, ma ritengo che mi serva, se non altro a capire cosa succede quando sono in questo stato.
E mi vengono n mente considerazioni che avevo fatto qualche giorno fa sul mio rapporto con il sublime, o sulla mia nuova gradevole propriocezione. Che porta con sè tutta una serie di altre considerazioni sensoriali.
Da quando mi sono messa a fare palestra il mio corpo sta cambiando decisamente forma, e la mia mente si sta crogiolando in tutta una serie di navigazioni endorfiniche prodotte da lui. Non sono mai riuscita a farli stare troppo amici, la mia mente e il mio corpo, lei stradominava tenendo ogni minimo impulso proveniente da lui a bada e sottoterra. Adesso (ma solo qualche volta, non facciamoci illusioni), sembrano più in accordo, con me che finisco per andare in palestra come una droga, per sentire nuovamente le endorfine, e me la prendo quasi con l'istruttore se non mi ritrovo stanca e felice al termine della sessione. E quelle volte che, per un motivo o per l'altro mi sento stanca e non avrei voglia di andare, la mente non fa più la parte della tentatrice dicendomi che in fondo non ne ho bisogno e che tanto è tutto inutile, ma mi ricorda la sensazione che provo, il modo in cui poi dormo la notte, la meraviglia e l'appagamento dei doloretti muscolari.
E poi naturalmente c'è la musica, che quando sono in palestra normalmente sento soltanto io, in cuffia, ma che finisce per farmi ballare senza un minimo di pudore, e questo mi piace. Avverto uno stimolo sensuale, quando i muscoli sforzano, caricano pesi; una carica erotica che finisce per farmi ancheggiare camminando da un punto all'altro, per farmi ondeggiare i fianchi mentre accenno passi di lap-dance del tutto inventati su un bastone di scopa; alle volte mi sembra persino di spandere volontariamente feromoni in giro per lo stanzone.
Al limite questo potrebbe anche essere dovuto alla presenza di tutti quei maschi fertili, sudati e con un discreto codice genetico intorno a me e al mio orologio biologico che comincia a chiedersi se non abbia messo l'ora legale anche io.
Un paio di giorni fa ho levato per la prima volta la maglietta, restando in top olimpionico e panza ballonzolante scoperta (perchè capiamoci, gli addominali ci sono, ma se stanno sotto la ciccia non si vedono mica), e pensavo che da dietro si doveva vedere il mio adorato tatuaggio, il boa di struzzo di quella zoccola di Kundalini. Mi chiedevo quanto ondeggiasse mentre io camminavo sul tapis roulant, quanto danzasse. Può anche darsi che sia anche l'effetto estate che arriva, la pelle che si sveste pian piano e riscopre una sensibilità felina persino alle correnti d'aria. Sta di fatto che con quell'accenno di muscoli sulle spalle, la panza ballonzolante e il culo grosso (ma più alto di tre mesi fa) mi sentivo una specie di amazzone in libera uscita, un'eroina pulp alla Promethea vecchia maniera in cerca di cavalli. Mi spiego, vero?

E' il Vespero-pensiero delle 11:08,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (3)la serpe
giovedì, 07 febbraio 2008
-
Una vecchia canzone degli A-ha recita più o meno "Take on me, take me home". Tendenzialmente se ve la ricordate avete intorno ai 30 anni.
Quello che molta gente non sa di me è che io adoro collezionare paccottiglia; e non nel senso della paccottiglia che ti riempie casa di polvere e che periodicamente devi buttar via, pena la tua sopravvivenza, ma di quella paccottiglia che ti ricorda inevitabilmente un periodo della tua vita (o della storia del costume se è per quello), e che non impegna granchè, soprattutto nella misura in cui sta tutta nella tua capiente testolina.
Gli Europe (ah, sti nordici sempre previdenti, l'Europa non esisteva ancora e già loro erano lì, poi è arrivata l'Europa e loro si sono dissolti); gli A-ha; gli Spandau Ballet; la/lo/il CiaoCrem (nessuno è mai stato tanto sicuro dell'articolo); lo Sprint ai gusti di cioccolato amaro e cioccolato al latte; la signorina delle Morositas, che quando finiva la pubblicità non eri mai sicuro di cosa pubblicizzavano; Michele l'alcolizzato; i capelli cotonati e le spalline larghe; gli scaldamuscoli; i Toto; la mia adorata Cindy Lauper (che mi fa sempre pensare a Siusy Bladi, ma non chiedetemi perchè); Ralph supermaxieroe (Look at what's happening to meeee, I can't believe it myself); per tacere dell'uomo che non deve chiedere mai e che già che c'è ruba anche un fiore per te.
E la lista sarebbe eterna. Peccato che stasera mi sia, inaspettatamente, venuto in mente l'attacco della sigla di Genitori in Blue Jeans. Show me that smile (uuuuuuh, show me that smile...). E qui ci fermiamo.
Se l'utile è essenziale, solo l'inutile può essere bello, e ricordatevelo, la prima volta che vi regalo un dizionario dei sinonimi e contrari in Inglese.

E' il Vespero-pensiero delle 22:52,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (1)la gatta,
trovo doveroso condividere
giovedì, 24 gennaio 2008
-
Certi segreti sono ingenui e innocui. Certi sono macigni roventi che bisogna dividere o morirne. Alcuni sono opere d'arte rubate, che sono il feticista è capace di tenere per sè senza mai mostrarli.
Ci sono quelli fatti come i brindoli dei lampadari, trasparenti da soli, ma in grado di mutare la luce che li attraversa. Altri ancora sono come semi nascosti, che un giorno germogliano e sono impossibili da non vedere. Oppure come granelli di antimateria, che non fanno altro che scavare finchè non creano il vuoto attorno a sè, risucchiano tutto e sono allora possono scomparire.
Il mio è un segreto tautologico, il che significa che non lo dirò, o perderebbe il suo valore.
Questo non mi impedisce di ricamare intorno a questo vuoto per ore o per anni. Non mi impedisce di parlare del piacere che mi procura questo segreto e della paura che mi fa, della gioia che mi dà il saperlo e della stessa gioia che mi dà il non rivelarlo. Anche per sempre se è il caso.

E' il Vespero-pensiero delle 22:13,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (4)il falco
martedì, 22 gennaio 2008
-
Tutto sommato credo di avere ancora qualcosa da dire.

E' il Vespero-pensiero delle 12:32,
mi piacerebbe sentire i vostri
commenti (2)foglietti illustrativi